La leggenda del granchio d’oro

Cosa spinge un autore di teatro, dopo aver pubblicato varie opere che affrontano temi di attualità come la mafia e la questione morale, a rovistare nella propria memoria, facendo un salto indietro di quasi cinquant’anni e a regalarci questa deliziosa commedia? Ed è soltanto un caso che Rocco Chinnici abbia voluto affidarne la prefazione al sottoscritto? Queste sono state le prime due domande che mi sono posto dopo la lettura di Tempu di pisatina, a cui cercherò di rispondere. Riguardo alla seconda, vi dirò subito che non si tratta di un caso, non solo per l’amicizia e gli interessi culturali che ci legano, ma anche e soprattutto per gli aspetti comuni della mia e della sua infanzia. Stessa scuola elementare durante l’inverno e a primavera inoltrata, finita la scuola, al Parco Vecchio, ad aiutare i genitori nei campi. A noi bambini toccavano i lavori meno pesanti, ma non per questo meno importanti. Riempire d’acqua fresca le lancedde o i bummuli ’a testa ’i l’acqua, e poi portarli sulle spalle dopo aver percorso un chilometro fino all’aia, era un incarico che ci riempiva d’orgoglio, soprattutto quando i contadini, con la loro faccia piena di sudore e di polvere, dicevano a sete estinta: «Bravu u picciriddu! E stasira a pigghiari i granci!». Ma non era solo questo che ci rendeva felici e che ci faceva sentire già grandi, quanto il viaggio stesso per giungere alla sorgente. Il sentiero, in alcuni tratti, era sconnesso, tanto che si rischiava di cadere nelle pozze d’acqua; ma ciò faceva parte del gioco, e la ricca vegetazione faceva dimenticare il pericolo. Si cominciava il cammino attraversando frutteti naturali, dove trovavi gelsi bianchi e neri, fichi, mele, pere e noci; e mentre t’imbrattavi del succo dei gelsi neri, la cicala con il suo meti e pisa e porta a casa ci ricordava che era già estate. Si continuava, poi, attraversando un vero e proprio paradiso, con un limpido ruscello al centro, tra fitte vegetazioni e brulle aridità, con l’ultimo ristoro all’ombra dei pioppi. Ma la cosa più straordinaria rimanevano gli incontri con le lepri e le donnole, per arrivare infine alla testa ’i l’acqua (la sorgente), alla base di una roccia rosa abbracciata dalla cascata, madre del ruscello che attraversava il Parco Vecchio. La cascata e la scalata della roccia erano parte dei nostri giochi, cui presenziava la sacralità di quella sorgente. Lì s’immergevano delicate lancedde di stagno e bummuli di terracotta e, dopo un sorso d’acqua, iniziava il ritorno che doveva essere più veloce, per non sentire il classico rimprovero «Ma unni isti, a America, a gghinchiri ’st’acqua?». Sull’aia, muli e cavalli venivano fatti girare sulle spighe secche al grido di «E gira, mareddu, gira»; noi bambini partecipavamo ai canti e, alla fine della pisatina, potevamo spagghiari e tenere aperti i sacchi per il grano, che i contadini avevano misurato con il tùmmino. La sera, dopo una capatina al ruscello in cerca di granci, la cena era a base di pasta e patate e insalate di pomodoro e cipolle, da mangiare con l’aiuto di una forchetta di canna. Allora, iniziava la magia dei racconti: sul giaciglio che i genitori preparavano ai margini dell’aia, si stava attenti che il sacco che faceva da coperta ci proteggesse dalla luna, che non si diventasse lupi munari, e si aspettava che i contadini narrassero di lavori eccezionali, spiriti e uomini che, al plenilunio, si aggiravano ululando tra le case. Ci addormentavamo così, tra la paura di quei racconti e la voglia di conoscerne di nuovi, per poi risvegliarci alle prime luci dell’alba già pronti per una nuova giornata di sudore e avventure. Quanto finora ho raccontato credo contenga, in parte, risposta alla prima domanda d’inizio, perché è il racconto dell’infanzia dell’autore; e non ho alcun dubbio che rappresenti, più che profondamente, l’anima di questa commedia, cioè quell’insieme di conoscenze e di esperienze che determinano le scelte di una vita, all’insegna della passione, della generosità e della solidarietà. Tempu di pisatina fa emergere questi valori e riporta all’attenzione di chi ha perso la memoria la necessità di recuperare le origini. Recupero qui effettuato con il linguaggio semplice e concreto dei contadini che con la campagna e con l’acqua sono in simbiosi, un linguaggio belmontese paterno che impreziosisce quella che è una favola da trasmettere, come tale, ai figli e ai nipoti; e che Rocco Chinnici trasmette ai bambini, a quelli veri, perché la usino contro la devianza che sbarra loro la via della favola. Favola che solo favola non è, un amalgama avito di storia e finzione, che pure è radice di ferma credenza e cultura. Un racconto insomma dove persino l’amore scorre leggero, e dove diventano protagonisti personaggi veramente esistiti. Fra Gilormu o frate Girolamo di Tagliavia, ancora oggi incute timore agli anziani di cui raccontano di suoi strani poteri. E a zà Pitrina era una contadina che ha messo al mondo diversi figli e ha quasi sempre vissuto al ParcoVecchio. La strana leggenda della grotta delle sette camere che tanto ha pervaso di mistero ed avventura i sogni dei bambini belmontesi, qui si intreccia magicamente con quella del grancio d’oro che alla fine della commedia, dopo averti messo i brividi addosso, obbliga a chiederti: ma tutto sommato perché questo racconto non dovrebbe essere vero? In fondo noi belmontesi conosciamo così poco dei nostri antenati.

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