Il testamento di zio Angelo

…Anche se nella forma della commedia brillante, ritroviamo in quest’opera tanti temi cari all’autore: primo fra tutti quell’incertezza dell’essere che si esplicita nel voler vivere, magari per poco e spesso per convenienza o necessità, un ruolo diverso dal proprio. La prima impressione che suscita la commedia è quella di una “sottile amarezza”, che pervade tutta la scena, nonostante i momenti esilaranti e le situazioni tragicomiche, è evidente l’amarezza dell’autore che vuole rappresentare, attraverso la protagonista Vicenza, l’arte di arrangiarsi, del vivere alla giornata, in attesa della fortuna che vede arrivare con i vaglia dello zio d’America. E’ il vivere di espedienti della cultura meridionale tanto bene evidenziato dai grandi autori del nostro teatro: da Pirandello a Eduardo. Rocco Chinnici ricorrendo ad un mix di travestimenti e di inganni vuole ricordarci che tutto si fa per la sopravvivenza: si sconvolge anche una famiglia, confondendo i ruoli e perdendo di vista la dignità di essere se stessi. La stessa figura del marito Peppe, costretto a ricorrere al travestimento per non apparire quello che è, denota il superamento della famiglia patriarcale con l’acquisizione da parte della moglie del reale ruolo di capofamiglia. E questo zio d’America che ha fatto fortuna oltre oceano, sembra una figura d’altri tempi, fuori dalla realtà, anche perché il fenomeno dell’emigrazione ha dato segnali spesso negativi che non possono essere compensati da una certa agiatezza economica, raggiunta sempre al prezzo di duro lavoro e di emarginazione non nota a tutti. L’essere costretti ad imparare un’altra lingua, un altro modo di vivere e addirittura cambiare personalità, è la triste realtà dell’emigrazione. Altra figura centrale della commedia è il piccolo Damiano con la sua ansia di fare il papà, la voglia di crescere in fretta, perché essere bambini nel sud non è facile. Questa sua identificazione negli adulti gli fa acquisire la consapevolezza di voler dirigere la propria famiglia sostituendosi, alla fine, al padre che non riesce più a vivere il proprio ruolo. Malgrado l’abile commistione di comico e sentimentale che avvolte rasenta il buffo o il patetico, lo spettatore attento non può non fare alcune riflessioni sulla condizione di tante famiglie del nostro Mezzogiorno, per le quali la prospettiva fondamentale, che è quella del lavoro, viene ribaltata con la ricerca di assistenza: lo zio d’America di oggi non è altri che lo stato, il quale per mantenere ai limiti della sopravvivenza le famiglie meno abbienti, con una mano dà mentre con l’altra toglie dignità e libertà di scelta, cardini di una vera democrazia e della società civile.

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