Il Seme del male

“Il seme del male” induce sicuramente lo spettatore a delle riflessioni rispetto al tema affrontato ed alla sua attualità, soprattutto dopo che abbiamo imparato a conoscere la capacità organizzativa e la sfera d’interessi della mafia. E, se da un lato viene fuori, pur nella sua efferatezza, un’immagine della mafia a tratti obsoleta, dall’altro non si può non sottolineare quello ch’è il principale tema dell’opera, cioè la realtà meridionale nel suo insieme e la famiglia come sua espressione. Quindi una realtà, quella siciliana, che, metaforicamente, viene vista dall’autore come un seme che, pur potendo dare buon frutto, alla fine, dà origine al “male”. La disoccupazione, l’emigrazione, la mafia, l’assistenzialismo e persino la mancanza di servizi sono alcune delle denunce che escono fuori da quest’opera e che, purtroppo, ripropongono la loro attualità ancora oggi. “Il seme del male”, quindi, è un’opera di denuncia, ed è anche un’opera da cui emerge un forte senso della famiglia. Ma è inoltre la tragedia di una famiglia, quella di Turi La Guidara, che deve conoscere, come tante famiglie ancor oggi, l’onta della disoccupazione e dell’emigrazione, e infine la perdita della figlioletta per mano mafiosa. L’amore paterno di Turi per Lucia (così si chiama la figlioletta), è sicuramente uno dei passaggi più belli, che vedono questa bambina, tanto matura nel cercare di proteggere la famiglia, quanto bisognosa delle tenerezze paterne. Ed è probabilmente questo rapporto padre-figlia la chiave di lettura della conclusione dell’opera, che potrebbe sembrare troppo lacerante e, quindi, troppo poco accettabile, se nel gesto di Turi non si intravedesse la speranza e la voglia di riscatto.

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