Sogno di una notte di luna piena

Si narra che nel 1736, ottenuta la licentia populandi, Giuseppe Emanuele Ventimiglia abbia fondato, in una valle circondata da quattro montagne, un paese il cui nome, Belmonte Mezzagno, si fa risalire a quello di una di queste montagne (Belmonte, appunto) e all’usanza dei suoi abitanti di portare in dono al principe mezzo agnello in occasione delle festività pasquali. Questa è sempre stata la versione ufficiale, ma da oggi, dopo aver visto “Sogno di una notte di luna piena”, ne esiste un’altra, quella dell’autore Rocco Chinnici, che attingendo dalla sua ricca fantasia, ma anche da notizie storiche e dalle tradizioni popolari, sostiene che la parola Min-za-gnu significa “terreno da erbe fin su le falde del monte”. A sostenere tale tesi, per la verità, è il mago Barilù, che è un vero mago, tanto che le sue profezie oggi a Belmonte si stanno avverando. Nella valle, infatti, “china di sciuri cu’ culuri”, e in cui l’acqua “scruscia cu’ li so’ cascateddi”, cresceva una pianta “sicca e longa” che produceva un frutto “nicu comu ’na zalora; bastava manciarisinni unu e l’omu divintava putenti e sapienti”. Poi un giorno arrivarono dei briganti, ciascuno figlio di una delle sette sorelle che avevano dimora nella grotta dalle sette camere, e ruppero la pianta. Da allora, racconta Vanni, si è fermato il sapere e in paese crescono solo – o quasi – ciarlatani e ignoranti. Neanche il principe, pur essendo stato informato, è sfuggito al suo destino. La sua dimora, la “casina”, è stata quasi interamente distrutta e i muri quasi interamente inghiottiti da edifici alti e spogli. E come segno di riconoscenza i belmontesi hanno dedicato al fondatore del paese una stradina di pochi metri, che non solo è secondaria ma per giunta in discesa. Ora tutti sappiamo come sia difficile riposare in un giaciglio con una forte pendenza; quindi non c’è da stupirsi nel vedere il principe, particolarmente risentito, “assicutari” a scopo di vendetta coloro che non l’hanno tenuto in giusta considerazione. “Sogno di una notte di luna piena”, dal suono shakespeariano, ha radici sicuramente pirandelliane ma è anche fantasia, creatività, padronanza della lingua siciliana ed impegno sociale. A tratti e in modo particolare quando Vanni riferisce della pianta del senno al principe, si ritrova la più alta espressione del “cuntaturi”, cioè del narratore tipicamente siciliano. Si viene riportati dalla memoria indietro di tanti anni, quando gli anziani, abili narratori, attorno al focolare ci raccontavano nelle lunghe serate invernali storie fantastiche, e noi piccoli, senza giochi ma con molta voglia di conoscere, imparavamo, soddisfatti e desiderosi di una nuova storia, a rispettarli e ad amarli. Attraverso il sogno di Rosario, l’autore riesce a saldare la frattura che si è creata fra il mondo dei primi abitanti della valle e noi che ne abbiamo completamente stravolto la fisionomia. Si avverte nell’opera uno scambio salutare fra i giovani di Belmonte e il suo fondatore che, sebbene con metodi bruschi, ricorda che non è possibile non avere memoria. In fondo la cultura è fatta di memoria, di rispetto per le origini e per i luoghi, valori che oggi – ha ragione Rocco Chinnici – sono stati smarriti e che sarebbe opportuno recuperare al più presto. Dicevo del mago Barilù. Bene, proprio alla fine della stesura di quest’opera, come per incanto si stanno verificando grossi stravolgimenti politici che forse, così come ci si augura, sono davvero la fine dell’incantesimo. Favola e magia sono gli assi portanti di questa commedia che sicuramente apre il sipario su una delle caratteristiche principali dell’autore, appunto quella del saper stupendamente raccontare la propria terra. Dicevo anche della riconciliazione attraverso il teatro tra passato e presente, ed è per questo che qui come in altre opere di Rocco Chinnici, viene rivendicata la necessità di un teatro. In alcuni passi si avverte, a dire il vero, un rigore forse eccessivo nei confronti delle nuove generazioni. Probabilmente occorrerebbe una maggiore comprensione delle problematiche giovanili così come occorrerebbe forse trasmettere maggiore coraggio di esprimere le proprie opinioni, piuttosto che temere il giudizio altrui. Ma tutto questo sicuramente non impedisce allo spettatore della commedia di trarne lo spunto per ricercare un coraggioso cambiamento. Se non altro, per ritrovare il senno!

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